Cerca su internet "parole arabe uniche" e ti ritrovi la stessa pagina cinquanta volte: splendidi sostantivi classici presi dal Corano e dalla poesia del deserto, ognuno con un paragrafo su quanto sia intraducibile. Prova a dirne uno ad alta voce in un taxi a Ramallah. L'autista sorride, aspetta educato e poi ti chiede dove devi andare, nell'unico arabo che usa davvero.
Quindi ecco 100 parole arabe uniche con significato, prese dall'altro capo della lingua. Il palestinese parlato, quello che si usa a casa, in negozio, al telefono con la mamma. Alcune racchiudono un'idea che l'italiano deve srotolare in una frase intera. Tocca una parola per sentirla.
Due righe sulla grafia, perché in queste parole ci sono dei numeri e non sono refusi. 3 è ع e 7 è ح, i due suoni di gola per cui l'italiano non ha una lettera. Le maiuscole S, D, T, Z segnano le quattro consonanti enfatiche, pronunciate più pesanti e più indietro in bocca. Il sistema è tutto qui, e la chiave completa la trovi qui.
Ospitalità: 14 parole per cui all'italiano serve una frase
L'ospitalità palestinese ha un suo piccolo vocabolario fitto. Una parola fa il lavoro che in italiano si spalma su una frase intera.
- nawwart: "hai illuminato la casa". Lo dice chi ti ospita appena varchi la soglia, prima ancora che arrivi qualcosa da bere. Il resto del rituale sulla porta, tfaDDal compreso, si regge su una parola sola.
- ra77ab: accogliere qualcuno, con tutte le cerimonie che ricevere un ospite come si deve richiede.
- : ciao. Il saluto caldo di tutti i giorni, lo sentirai dieci volte al giorno.
- Diyaafe: ospitalità, e anche il vassoio su cui arriva: il caffè, la frutta, i bicchierini che compaiono che tu li voglia o no.
- karam: generosità, mani aperte. La qualità su cui si gioca la reputazione di una famiglia.
- 3azeeme: un invito, quasi sempre a mangiare, e mai a un pasto piccolo.
- : ospite. In una casa palestinese l'ospite conta più del padrone di casa.
- sider: il grande vassoio da portata e, nelle case più vecchie, la stanza davanti dove si ricevono le visite. Una parola sola per il posto dove succede l'ospitalità e per quello su cui arriva.
- zyaara: una visita. Passare senza avvisare qui è normalissimo. Anzi, è proprio quello il bello.
- 'izen: permesso. La parola che sta sotto ogni arrivo educato e ogni saluto educato.
- : vieni qui.
- : invitare qualcuno a casa, di solito per dargli da mangiare.
- takleef: cerimonie, formalità. Sentirai
bala takleef("niente complimenti, dai") più o meno due volte a visita. - wadda3: accompagnare qualcuno alla porta. Salutarsi ha un verbo tutto suo e, in pratica, una mezz'ora tutta sua sulla soglia.
Le parole di Dio che punteggiano ogni frase
Cinque parole che hanno smesso da tempo di parlare di religione. Sono il ritmo del parlato di tutti i giorni, e una conversazione senza suona stranamente piatta. Inshalla e walla probabilmente le conosci già, e ognuna ha il suo momento preciso. Queste cinque sono lo strato successivo.
- 7araam: proibito. Per strada però vuol dire "abbi un cuore" o "che spreco". Si dice davanti a una cattiveria, a un piatto rovesciato, a una multa per divieto di sosta.
- 7alaal: il gemello opposto. Permesso, legittimo, tutto regolare. A chi si è guadagnato una vittoria si dice che è 7alaal per lui.
- : "che capiti anche a te". La risposta d'obbligo a matrimoni e lauree, rivolta a chi non ha ancora avuto il suo turno.
- rabb: il Signore. Lo senti soprattutto sospirato al soffitto:
ya rabb, a metà fra una preghiera e "dammi la forza". - : pace, e la radice sotto metà dei saluti che sentirai.
Sentimenti che in italiano non hanno una parola sola
È qui che le liste di "parole intraducibili" avrebbero dovuto cercare.
- murtaa7: tranquillo, sollevato, riposato. Lo stato di chi non ha niente che gli pesa addosso.
- : essere giù, prendersela. Sta fra arrabbiato e ferito, e il confine sfumato è proprio il punto.
- : poverino. Compassione con dentro un po' di tenerezza. Vale per un amico, un gatto randagio o te stesso.
- mishtaaq: sentire la mancanza di qualcuno, attivamente. Più che un umore è qualcosa che ti porti dietro, e glielo dici in faccia come un regalo.
- : stanco. Anche un po' malato. Se qualcuno ti dice che è ta3baan, chiedigli quale delle due.
- khaaf: avere paura.
- gheere: gelosia, e non solo quella di coppia. Il dolore protettivo per tutto quello che è tuo.
- : giusto, esatto. Si dice annuendo piano.
- 7aya: timidezza nella sua forma apprezzata. Pudore, sapere quando non farsi avanti.
- raa7a: riposo, agio, lo stato in cui niente ti pesa addosso. Agli ospiti la si offre come una bevanda.
- inbasaT: essersela goduta davvero. Il verbo che usi dopo, per mettere il timbro sulla serata.
- : gusto, nel senso delle buone maniere. Chi ha zowq sa cosa non dire.
- khsaara: una perdita, uno spreco, un peccato. Una parola per "che peccato".
- man7oos: iellato, con la sfortuna appiccicata addosso. Si dice di una giornata, di una macchina o, con affetto, di un bambino che rompe tutto.
- damm khafeef: "sangue leggero". Divertente senza sforzo, piacevole da avere intorno. Più hai il sangue pesante, meno inviti ricevi.
- : strano. Anche straniero. Stessa parola, e la logica si sente.
Le paroline che tengono in piedi una conversazione
Chi impara le salta perché non sembrano vocaboli. Sono loro a far suonare il parlato come parlato.
- : fatto. Basta. Chiude un lavoro, un pasto o una lite.
- : dopo, più tardi, poi. E, detto con una punta: "e allora?"
- : così. Anche "è così e basta", con un'alzata di spalle.
- : cioè, tipo, insomma. Il riempitivo più usato del dialetto.
- : ancora, non ancora, proprio adesso. Tre lavori per una parola.
- : ma, solo, basta così.
- : buono, bene, ben fatto.
- qider: potere, riuscire. Tutto il linguaggio della possibilità nel dialetto parte da qui.
- : forse.
- : anche questo vuol dire forse. Il palestinese di forse ne ha parecchi.
- : certo, sicuramente.
- : giusto, vero. Detto piatto conferma. Detto in salita, mette in dubbio la storia.
- 'abadan: mai, per niente, neanche per sogno. Il no più fermo che resta educato.
- : un po'. Raddoppiato,
shwayy shwayy, vuol dire "piano, con calma". - zyaade: in più, di più, sopra quello che c'è già. La parola che ti fa avere la seconda pallina di gelato.
- : lascia stare. Non importa. Vuol dire anche "gratis", e questo ti dice quanto costa la fatica secondo questa cultura.
Cibo, sapori e la tavola
- khubz: pane. Piatto, caldo e presente a ogni pasto, senza eccezioni. Il suo secondo lavoro è fare da posate.
- finjaan: la tazzina, di solito di caffè, con cui si misura l'ospitalità. Rifiutare la terza richiede diplomazia.
- : tè, versato forte, di solito con la menta.
- laban: yogurt, quello denso e acidulo, cotto dentro piatti interi o servito accanto.
- : zucchero.
- : senza.
shaay bala sukkar, e il cameriere ha già capito che sei straniero. - za3tar: timo selvatico, essiccato e mescolato con sesamo e sale. Il pane va nell'olio, poi qui dentro, ed ecco la colazione.
- la7me: carne.
- : verdura, tutta insieme in un mucchio.
- zeetoon: olive.
- zeet: olio. Un piatto fondo d'olio, il pane strappato e intinto. Colazione.
- rozz: riso.
- ghada: il pranzo, il pasto grosso della giornata.
- : la cena, di solito più leggera.
- shibe3: essere sazio, ma sazio davvero. Annunciarlo è il modo per rifiutare il terzo piatto, e anche il modo in cui te lo ritrovi davanti lo stesso.
- moone: le provviste d'inverno. L'olio, le olive, il formaggio e i cereali che una famiglia mette da parte in autunno. Dispensa, calendario e polizza assicurativa in una parola.
Le persone, e come le chiami
- : padre di.
- : madre di. Gli adulti vengono ribattezzati col nome del figlio maggiore, e il soprannome di solito batte il nome vero.
- sitt: una signora, e in particolare la nonna. La sitt di una casa è la sua corte suprema.
- : zio paterno, e il modo educato di rivolgersi a qualsiasi uomo più grande, parente o no.
- : un uomo, un tizio.
- : una ragazza, e una figlia.
- : un ragazzo, un bambino.
- : un ragazzo, un giovane.
- : vicino di casa, una parola che qui pesa molto più che in italiano.
- : amico, e anche proprietario. Ci pensa il contesto.
- jamaa3a: il gruppo, i ragazzi, la tua gente.
- : gente.
- : un anziano. Niente di offensivo, anzi spesso è affettuoso.
- : famiglia.
- : il capo del villaggio, quello da cui vai quando le pratiche non si sbloccano.
Sole, pioggia e la strada qui fuori
- : sole.
- shita: pioggia. E inverno. Una parola sola, perché in Palestina l'una vuol dire più o meno l'altro.
- talej: neve, e ghiaccio. Hebron ne vede qualche giorno all'anno e tutto il paese posta le foto.
- showb: il caldo. Quello che ti viene addosso come un muro a mezzogiorno, altro che i gradi sul termometro.
- gheem: nuvola.
- wa7el: fango, quello che si mangia le scarpe.
- : cielo, e paradiso.
- nijme: stella.
- waad: uno wadi. Valle secca per quasi tutto l'anno, fiume per una settimana circa.
- : il quartiere. Le poche strade che consideri tue. Qualunque cosa più grande è una manTaqa, e la pagina sul distretto traccia il confine fra le due.
- sooq: mercato.
- basTa: una bancarella. Un tavolo, una bilancia, una voce che reclamizza i pomodori a tutta la strada.
- : città, paese, nazione. A seconda della frase anche "casa mia, giù al paese".
- : il negozietto sotto casa, aperto quando al proprietario va.
- servees: il taxi collettivo che parte quando è pieno e si ferma dove bussi sul finestrino. Il trasporto pubblico, versione palestinese.
- Taaboon: il fornetto per il pane dietro casa, e la focaccia che ne esce con un leggero sapore di fumo di legna.
- saTe7: il tetto piano. Lì si asciuga il bucato, cresce la menta e la famiglia dorme nelle notti più calde.
- : il pezzetto di terra dietro casa dove stanno i pomodori e il limone. Un giardino a malapena, eppure i dieci metri quadri più usati di una casa palestinese.
Domande frequenti
Quali sono le parole arabe più belle del Corano? Sono belle davvero, e sono arabo classico, un registro diverso da tutto quello che c'è qui sopra. Un palestinese quelle parole le sente nella preghiera e le legge a scuola, poi torna a casa e parla il dialetto. Se vuoi la poesia, leggi la poesia. Se vuoi fare due chiacchiere a Nablus, impara le cento parole di questa pagina.
Esiste un PDF con 100 parole arabe uniche e il loro significato? Ce ne sono decine, e hanno tutti lo stesso difetto: niente suono. L'arabo ha due suoni di gola e quattro consonanti enfatiche che una pagina di testo non può insegnarti, e se li sbagli cambia la parola. Qui ogni voce ha il suo audio. La nostra app, Tfaddalu, ha l'audio di tutte queste parole e lezioni costruite intorno a loro. Se vuoi la carta, stampa questa pagina.
Quali sono le 100 parole arabe più comuni? Quella è un'altra lista, e più noiosa. Le parole ad alta frequenza sono l'idraulica della lingua: (in), (da), (su), (di, riguardo a), (solo), (ogni), zayy (come). Le userai cento volte al giorno e nessuno ci fa un poster.
Quali sono i vezzeggiativi arabi più carini? 3azeez è quello semplice, "caro", e pesa più del suo cugino italiano. 7ilwe vuol dire dolce e carina, per una donna o una ragazza. E miskeen, dalla lista dei sentimenti, si usa con tenerezza molto più spesso che per pietà.
Perché alcune di queste parole arabe hanno dei numeri?
Perché due consonanti arabe non hanno una lettera latina, quindi prendiamo in prestito due cifre che gli somigliano. 7 è ح, una h dura e soffiata che parte dal fondo della gola. 3 è ع, che sembra un 3 al contrario, ed è un suono che l'italiano proprio non ha. I palestinesi scrivono così sui loro telefoni, ed è per questo che insegniamo questo sistema invece dei diacritici accademici che in un messaggio vero non vedresti mai.